Sono passati tre anni dalla strage dell’Aquila. Una strage figlia di un irrefrenabile impeto naturale della terra che ha sommerso tutto l’umano possibile, reclamando tante, troppe vite. Giovani, padri, madri, figli sono scomparsi prematuramente in una strage che, tuttavia, poteva fare anche meno vittime se l’ingegno umano avesse preso le giuste precauzioni. E’ una strage che ha nomi e cognomi e sopratutto conti in banca, molto cospicui. La stampa ordinaria tace, ma l’attività processuale è più viva che mai e giusto nel febbraio di questo stesso anno ci sono stati importanti sviluppi. Ma cerchiamo di fare la giusta chiarezza, visto che penne ben molto più accreditate di chi scrive non fanno sentire la loro voce con sufficiente carisma. Tutto parte da una famosissima impresa edile italiana, IMPREGILO, di proprietà di Cesare Romiti. Questa è molto attiva sul campo dell’edilizia italiana: ha costruito gli edifici degli ospedali di Modena, Lecco, Poggibonsi, Cerignola e anche del famoso Istituto oncologico europeo di Milano. L’azienda, inoltre, vinse la gara d’appalto per la costruzione del ponte di Messina – bloccato dall’UE – e per i lavori di ammodernamento, se così si possono definire, della Salerno – Reggio Calabria. Impregilo è anche l’azienda che ha costruito il San Salvatore dell’Aquila caduto, come purtroppo tutti sappiamo, come un castello di carte alla prima folata di vento. Causalità, possono pensare i più scettici; o un dramma inaspettato, qualcuno ha detto. Ciò può essere in parte vero data la classificazione del Ministero dell’ambiente del territorio abruzzese come “zona sismica di secondo livello”. Ma non è questo il caso. La causalità non c’entra in questa vicenda. Nel febbraio di quest’anno ci sono stati importanti aggiornamenti giudiziari circa i 4 coinvolti per disastro colposo:  i nomi sono Gaspare Squadrilli, ingegnere strutturista e redattore dei calcoli negli anni settanta e direttore dei lavori della struttura, Michele Tundo geometra e direttore del cantiere della struttura dal 1972 al 1974, Domenico Ciccocioppo, geometra e direttore del cantiere negli anni 1973-1979 e Luciano Rocco, componente della stessa commissione di collaudo. In sede di processo sono stati ascoltati Rodolfo Foresta, operaio che aveva svolto piccoli lavori negli anni ’80 nella fase di edificazione del nosocomio e l’ingegnere Eutizio Di Gennaro, responsabile della Sezione di polizia giudiziaria del Corpo dei vigili del fuoco dell’Aquila. Il primo ha parlato di “lavori sporchi” ovvero di come fosse consuetudine all’epoca dei fatti, diluire molto il calcestruzzo “per consentire il passaggio del cemento nelle forme armate”. L’operaio ha parlato di altre gravi irregolarita sempre nelle fasi iniziali di costruzione del San Salvatore. Di Gennaro ha invece ripercorso le fasi dei sopralluoghi e delle verifiche nella fase delle indagini preliminari, insieme ai consulenti della Procura e dei militari del Gico della Guardia di Finanza che ha seguito l’inchiesta. Ma è il pm titolare dell’inchiesta, Fabio Picuti, facendo riferimento al lavoro svolto da Squadrilli, a dire la cosa più sconvolgente: ha parlato infatti di “calcoli sui pilastri eseguiti ad occhio” facendo riferimento all’impossibilità nella fase delle indagini preliminari di poter acquisire la scheda tecnica sui calcoli strutturali dei pilastri redatta dal professionista. Di qui l’idea del pm che in realtà sui pilastri non era stato fatto nessun calcolo scritto e che il tutto sia stato concepito con una buona dose di autoconvinzione. Ma addentriamoci profondamente nella questione più scottante della vicenda, ossia il coinvolgimento di un “colosso” italiano dell’edilizia. All’indomani del crollo Ferdinando di Orio, rettore dell’ateneo aquilano, disse che l’ospedale, definito ai tempi della sua incompiutezza “il più grande scandalo italiano”, era costato nove volte più del necessario. Da qui il parallelismo con un’altra grande incopiuta opera del nostro Paese, la Salerno – Reggio Calabria, i cui lavori durano da tantissimi anni e che sebbene la legge obiettivo del 2001 ancora non è ultimata: come già specificato sopra a curare l’autostrada è, guarda caso, sempre la nostra Impregilo. Ritornando all’ospedale questo sembra esser stato un autentico pozzo di San Patrizio cui per anni hanno attinto in tanti, compresa l’ultima azienda coinvolta nel progetto, l’allora Cogefar (all’epoca impresa della galassia Fiat), oggi nota come Impregilo che si aggiudicò i lavori nel 1991. E’ bene che chi dovere fermi questo braccio armato di ogni governo, l’azienda che è riuscita a mettere le mani su ogni “grande” opera concepita dal governo: inceneritori e non ultilmo l’abominevole progetto TAV.  Chi sono dunque costoro? Gli asso piglia tutto degli appalti per le grandi opere. E’ quella che ha vinto, grazie alla giunta di centro destra di Rastrelli e poi di centro sinistra di Bassolino, in regione Campania il famoso appalto per non smaltire i rifiuti. E’ quella delle ecoballe, dello scandalo della monnezza, quella sotto processo per truffa alla regione insieme a Bassolino . Questi giganti della Confindustria sono i fautori della struttura e non deve nemmeno sorprendere che mentre l’ospedale nuovo inaugurato 15 anni fa era crollato quello vecchio era ancora in piedi. Che finisca l’omertà nei confronti di questi signori. All’indomani del sisma l’Impregilo tuona: noi non abbiamo fatto la struttura dell’ospedale de L’Aquila, l’abbiamo solo messo in funzione e avete visto come funzionava bene. Sul sito, come già ampliamente detto, figura tra le opere realizzate Ospedale dell’Aquila. Il tipico comportamento di chi ha qualcosa da nascondere. E se ciò non convince: ancora, sempre sito Impregilo: comunicati stampa, 12 settembre 2000: aumentano le acquisizioni, crescono gli investimenti… tra le acquisizioni effettuate giova ricordare ospedale San Salvatore, L’Aquila. Un vanto che dopo il terremoto non vollero più vantare. Ma ecco una curiosità: sempre nel sito Impregilo c’è scritto: Algeria, biblioteca nazionale d’Algeria. Hanno fatto pure la biblioteca nazionale d’Algeria, questa però scrivono – l’edificio che si estende su una superficie di 60.000 mq e ripartito su 13 piani -  è stato realizzato secondo le norme vigenti in materia di stabilità strutturale antisismica. Ecco, in Algeria gli edifici, l’Impregilo, li costruisce secondo le norme antisismiche. Volendoci voltare indietro non deve mancare il ricordare chce l’Impregilo c’entrava molto con il precedente governo del PDL: Berlusconi quando è andato in Campania a inaugurare il termovalorizatore alias inceneritore di Acerra, ha elogiato pubblicamente l’Impregilo dicendo che è stata ingiustamente perseguitata dai giudici, quindi il principale corresponsabile dello scandalo della monnezza è stato elogiato pubblicamente da Berlusconi. Quando è venuto fuori che l’Impregilo, nella lunga catena dei vari costruttori, aveva messo le zampe anche sull’Ospedale de L’Aquila, Berlusconi si è precipitato in televisione a dire: “escludo che le aziende abbiano un dolo, tra l’altro con un’ignoranza abissale: non sa che nei disastri colposi e negli omicidi colposi basta la colpa, non il dolo! Nessuno costruisce un ospedale apposta per farlo crollare, il dolo è che tu costruisci un ospedale sapendo che potrebbe anche crollare perché sai che ci metti dei materiali scandenti. A nessuno viene in mente di costruire un ospedale apposta per ammazzare la gente!” Invece, il reato colposo è proprio quello che, anche senza il dolo, prevede la colpa. Cioè, hanno omesso certe cautele e quindi hanno creato un rischio oggettivo di cui erano a conoscenza, e senz’altro saprete che ci potrebbe addirittura essere il dolo eventuale in quel caso, piena accettazione di un rischio non consentito. Abbiamo quindi fatto nomi, cognomi, numeri che portano ad un’unico responsabile, un responsabile completamente protetto dalla stampa dominante e un responsabile che stato completamente affossato. Un responsabile del quale il governo Berlusconi è stato più volte complice e del quale complice è anche il governo Monti, che continua con la propria inerzia nei confronti della TAV. Non sarebbe meglio cautelarsi prima di dover piangere altri morti? A voi i commenti.

Riscoprire i luoghi di Reggio è un dovere, una necessità. Non solo per rendere onore alla nostra storia ma anche per dare una forma al presente, modellandelo sulle esigenze di una città che è sempre più alla ricerca di luoghi di aggregazione, i cari e vecchi spazi pubblici. La Villa Comunale era uno di questi spazi. L’orto botanico voluto dal Regno Borbonico ha reso quell’area il vero e proprio polmone verde della città: una zona nutrita di diverse specialità di piante e monumenti che ricordano la storia della città (si veda la splendida porta Vitrioli, simbolo delle antiche vestigia pre sisma di Reggio). Fino alla metà degli anni ’90 il parco era meta fissa – in ogni stagione – delle domeniche delle famiglie reggine, le quali erano solite portare i loro bambini a vedere i leoni, i pavoni e le scimmie del piccolo zoo ospitato al centro della villa. Ma oggi la Villa Comunale è una zona malsana, poco sicura di notte, un ricettacolo di malviventi o abitacolo di nomadi che non hanno altro posto dove andare. Le famiglie, prima di portare i loro bambini, ci pensano non una ma ben dieci volte. La pulizia del parco lascia a desiderare. Il verde è sempre poco curato. I vespasiani inattivi da ormai più di dieci anni. I lampioni, parte dell’arredamento del parco, sono stati bersagliati da sassi, distrutti per oscurare la zona interessata e da adibire alle attività illegali di qualche vandalo. Parecchio oscuro è anche il futuro del parco visto che, dopo numerosi sopralluoghi dal 2010 ad oggi, non è stato oggetto di interventi incisivi, mirati a dare splendore ad una grande ex eccellenza della città. Il rifacimento della pavimentazione del centro e la cura delle panchine non hanno reso la Villa sicura ma solo più “guardabile”. Non servirà di certo l’occhio vigile del busto di Umberto I, al quale il parco è intitolato, a risollevare le sorti di un parco off limits. Eppure basterebbe davvero poco. L’Amministrazione ci ha provato, inserendo un sistema di videosorveglianza che tuttavia – testimonianze oculari parlano – non ha impedito che l’area pullulasse perennemente della più degradante microcriminalità. Le ronde notturne della polizia municipale hanno dato sì un segnale però non sono certamente frequenti come dovrebbero essere. E se i fenomeni di criminalità nella zona compresa tra piazza Garibaldi e la Villa Comunale sono aumentati negli ultimi tre anni – non ultimo il caso di un anziano signore derubato e di un giovane pestato per pochi spiccioli – un motivo ci sarà. Paradossale se si pensa che tra queste due aree vige sovrano l’edificio della Questura.

Ricordando Pio La Torre

Posted: aprile 30, 2012 in Cultura

La mafia, così come la relativa opposizione, è maturata negli anni. L’organizzazione criminale si è voluta, ha allargato i propri orizzonti commerciali, mettendo le mani avanti anche sui canali commerciali più “lontani”.  L’impronta lasciata nell’ordinamento statale è sempre più profonda. Le recenti cronache giudiziarie stanno via via aprendo scenari sempre più inquietanti per far luce su un binomio dalla potenza evocativa terrificante: mafia – stato. Tuttavia, non bisogna affievolire la memoria, non bisogna mai spegnere la fiaccola di speranza che ci è stata data da veri e propri “eroi” dei nostri tempi. Sarebbe un crimine, ancor più penetrante della mano della malavita organizzata.

Sarebbe un crimine dimenticare il sangue versato affinchè il cancro della mafia svanisse. Le vittime sono tante, ancor più quelle senza nome, però abbiamo il dovere di non dimenticarle. Il 30 aprile del 1982 venne una scritta una delle pagini più tristi della lotta alla mafia ma anche del nostro Paese: il 30 aprile del 1982 vengono brutalmente assassinati i “compagni” Pio La Torre e Rosario Di Salvo, suo prezioso amico e collaboratore. Entrambi sono due monumenti della storia della lotta alla mafia in Sicilia, un grande orgoglio nazionale. In particolare, però, ricordiamo anche Pio La Torre, un “Prometeo” di questa forma di opposizione alla criminalità organizzata. Prima di lui, c’era il niente. La lotta alla mafia aveva quel classico retrogusto post unitario, quella lama poco tagliente che colpiva grazie al “potere” di una norma penale, l’associazione per delinquere (l’art. 416 Cod. Pen.). La forma di opposizione di questa seppur importante norma del Codice Rocco era tuttavia poco pervasiva, poco incisiva, lasciando scoperti numerosi altri aspetti e non colpendo l’introito derivato dall’illecito mafioso. Ecco così la geniale intuizione di La Torre: creare una fattispecie penale ad hoc, l’associazione mafiosa, positivizzata nell’ormai celebre lettera della legge “Rognoni – La Torre”. Fu così che la lotta alla mafia cambiò. Da allora si procede con il colpire il patrimonio derivante dagli illeciti (venne introdotta la confisca dei beni – 416 bis), con immenso guadagno da parte della comunità. Ricordiamo, pertanto, il primo fondamentale mattone della lotta alla criminalità organizzata.

Arte e medicina: Gunther von Hangens.

Posted: aprile 14, 2012 in Cultura

Siamo sempre stati abituati a vedere l’arte come un manifestarsi di un qualcosa di intangibile insito nella natura umana, di un’idea, di un sentimento, di un malessere fisico immediatamente scolpito nel marmo, dipinto su una tela, scritto su uno spartito. Ma cosa succede quando a diventare arte stessa non è la natura umana più in ombra, o il suo pensiero, o il suo sentimento ma l’uomo stesso, con la sua forma e la sua sostanza? Succede che Gunther von Hangens, un illustre medico e grande anatomopatologo, mette in scena uno spettacolo artistico del tutto singolare, un unicum nella storia dell’arte. Riporta in vita, se vogliamo, corpi di individui, dandogli una nuova vita, una nuova forma e regalandoci uno spettacolo – un po’ thrash se vogliamo – senza precedenti. Arte e medicina: un connubio straordinario. Di artisti medici ne abbiamo tanti. Si prenda il grande Frank Netter- il medico con la passione per l’arte – le cui tavole anatomiche sono il vademecum di ogni studente di medicina e medico nel globo. Se vogliamo molto accomuna questi due luminari della Medicina: l’amore per l’arte e il grande spirito didattico. Entrambi infatti hanno concepito le loro creature con un unico scopo: far apprendere ai futuri e giovani medici la topografia del corpo umano. Chi attraverso schizzi, chi attraverso “sculture”. Gunther von Hagens, in particolare, è un maestro. Particolare appassionato del filosofo inglese Jeremy Bentham, il cui corpo imbalsamato è custodito presso l’Università di Londra, è un artista eccentrico che ha voluto, con la sua opera, divulgare gli effetti degli agenti patogeni (quali, ad esempio, il fumo) sul corpo umano. Ma non solo. Scopo dichiarato è far divulgare la cultura e la conoscenza delle propria interiora. Il tutto attraverso un trattamento di silicone per mantenere gli organi perfettamente conservati, evitandone il deterioramento. Body World è la mostra che ormai fa il giro del mondo di vin Hagens. Le forme armoniche del corpo umano incontrano scenografie scure, con particolari giochi di luce, in modo da risaltare la perfezione e la cura di ogni arteria, organo, muscolo, osso. Le corde di uno splendido e perfetto violino quale è il nostro corpo. Può non piacere l’idea di un corpo inerme esibito per un prezzo di biglietto. Tuttavia è da precisare che i corpi sono stati liberamente donati da individui che sapevano perfettamente la destinazione d’uso. Dopo Roma, Napoli si prepara a scoprire le magie dell’anatomia umana.

Nel 2012, accade ciò che non ti aspetti. Nel 2012, i morti non sembrano avere gli stessi volti. Il dolori delle madri per i figli sventrati dalle bombe, dagli acidi, non hanno lo stesso colore. Sembra disumano, fuori dal tempo affermare una cosa simile, eppure è un indirizzo che giusto qualche giorno fa è stato vestito di perentorietà da una sentenza della Corte Penale Internazionale. Agghiacciante è la motivazione, a dire il vero scarna considerato il lasso di tempo che è passato dall’inizio del ricorso, del tribunale supremo internazionale che ha affermato che non essendo la Palestina uno “stato sovrano”, ossia dotato di un’autonomia politica ed amministrativa (e soprattutto territoriale, considerata la dottrina giuridica a riguardo) non è possibile agire contro Israele e imputarla per chiari crimini di guerra, perpetrati nell’operazione “Piombo fuso”, un’offensiva militare contro Gaza, nel biennio 2008-09. In una dichiarazione, il procuratore della CPI ha riconosciuto che oltre 130 paesi e alcuni organi delle Nazioni Unite riconoscono la Palestina come Stato. Ma la Palestina detiene ancora semplicemente lo status di osservatore alle Nazioni Unite, e quindi la CPI non è abilitata in questo momento a indagare sulle accuse di crimini di guerra commessi sul territorio palestinese, ha detto il procuratore. Lo status di osservatore della Palestina poteva tranquillamente evolversi in qualcosa di più se gli Stati Uniti non avessero chiesto il diritto di porre veto sulla questione. Pertanto finchè la Palestina non diventerà uno stato, non ci potrà essere giustizia. Incredulità e dubbi accompagnano questa motivazione senza precedenti nella storia del diritto internazionale. Ma ci sono motivazioni concrete, oltre a quella formale che lascia non poche perplessità? Amnesty International ha voluto dire la sua, esponendosi in maniera incisiva e accusando il tribunale supremo di faziosità politica. I 1400 morti palestinesi (di cui 300 bambini) non hanno scalfito la coscienza di un organo che si è timidamente riservato l’ipotesi di indagare in un futuro si spera prossimo. Ma l’unico modo per fare un’indagine è superare lo scoglio del riconoscimento di stato sovrano della Palestina. Ma gli Stati Uniti, accaniti sostenitori del popolo israelita per chiara ambizione e opportunità sullo scacchiere mediorientale, si opporranno sempre a questa scelta. Pertanto che fare? Non resta che appigliarsi alla civiltà di un organo giudiziario che probabilmente deve rileggersi con più attenzione il testo della Quarta Convenzione di Ginevra sugli omicidi volontari e crimini di guerra. Sta di fatto che è necessaria un’ulteriore evoluzione del sistema penale internazionale e una modifica del sistema di deferimento da parte dell’Onu la quale è tenuta sotto scacco dagli Stati Uniti d’America. Il loro peso può non essere indifferente su qualunque scelta di tipo giudiziario.

Fa sempre piacere constatare come l’iniziativa antimafia, lo scardinare certi luoghi comuni come la mafia prodotto esclusivamente meridionale, sia di casa nel nord Italia. E fa ancor più piacere constatarlo quando l’antimafia respira l’odore culturale delle aule universitarie di un’università secolare, patrimonio culturale dell’Europa, quale l’Alma Mater.
Si sa che la mafia opera spedita in diversi settori sociali. Dai grandi appalti, alla droga, allo sfruttamento della prostituzione sfruttando tutti i mezzi a propria disposizione. Mezzi che non sono esclusivamente economici o politici ma che si identificano in quella professionalità tipica di un avvocato, di un commercialista e, ed è proprio qui che si trova il cuore della nostra riflessione, di un medico. Mafia e sanità. Un binomio che non deve essere fuorviante, che non deve trascinare in una visione generale deturpante di una figura quale quella del medico ma che, anzi, deve rendere il medico che resiste, la sua integrità morale ma anche il suo essere uomo e non missionario, come una figura encomiabile.
A prendere l’iniziativa in quel del Reparto di Pediatria del gigantesco Policlinico “S.Orsola” sono due specialisti. Uno è un giornalista di Repubblica, Enrico Bellavia, l’altro un medico psichiatra, dunque uno specialista,Corrado De Rosa. Il primo intervento è stato molto illuminante, specialmente perchè, attraverso una dettagliata cronaca di vicende, non ultima la grottesca vicenda dell’ing. Aiello, ci ha dato una visione d’insieme su diversi fattori che incentivano il fenomeno criminale e che talvolta passano troppo facilmente nel cassettino del dimenticatoio. Partendo dalla sacra considerazione che “curare” un latitante è una scelta eticamente condivisibile, ha spiegato le diverse implicazioni di professionisti della scienza medica, specialmente nel controverso panorama siciliano, i quali sono stati elegantemente protetti da ordine professionale e politica. Il già citato Aiello era un noto imprenditore “medico”, proprietario di un centro diagnostico oncologico il quale, non poggiando su un tariffario regionale regolare (un pò il contratto collettivo del costo delle prestazioni mediche), sceglieva prezzi arbitrari per le sue prestazioni. Il chiaro coinvolgimento con Cuffaro l’ha portato ad essere radiato dall’ordine degli ingegneri. Ma situazione analoga è quella di Pietro Di Vincenzo, il quale tuttavia non ha ricevuto lo stesso trattamento di Aiello. Da Di Vincenzo ed Aiello passando per Mimmo Miceli, il quale nutriva ambizioni politiche nell’UDC palermitana ma che, sebbene fosse un pupillo di un noto boss della mafia siciliana, Guttadauro (Capo di Brancaccio), non ha trovato ostacoli nel perpretare la sua carriera medica (tuttora lavora in una nota clinica). Anzi, sia l’ordine dei medici, sia l’IDV locale, sia la popolazione intera, non se l’è sentita di “condannare” moralmente questo medico. Scelte che chiaramente lasciano intuire un malsano atteggiamento di fondo nel proteggere certe figure, anche da parte dell’ordine dei medici. Già, perchè questa figura non è irrilevante, anzi ci fa capire a pieno che anzi esso è complice del meschino gioco che avviene nella sanità. Non è da nascondere che un ordine di espulsione dall’ordine è un’operazione che dà alta credibilità e che sancisce un distacco dell’ordine professionale dalla condotta del medico. Ciò non è avvenuto. Non ultimo Aragona, vicino a Marcello dell’Utri, si è scoperto essere un fedelissimo di Gottadauro. Da ciò si evince che la scelta di medici da “ammaestrare” non è casuale. il medico riveste una funzione sociale, perchè ha le conoscenze, regala consenso e ha una vita sociale intrigante. In Calabria, diversamente dalla Sicilia, si tende a farli crescere nelle famiglie di sangue, a formare i nuovi avvocati, medici, commercialisti che serviranno alla causa della famiglia (si vedano i casi dell’Università di Messina). Conclude Bellavia dicendo che da combattere ormai è il metodo mafioso, presente in ogni campo, persino nella ricerca scientifica., che deve essere combattuto. Tuttavia lo Stato non possiede o non ne vuole sapere di possedere gli anticorpi adatti per arginare il fenomeno.
Dalle cronache avvincenti di Bellavia fino ad uno sguardo un pò più specialistico di uno psichiatra come De Rosa. La figura del perito psichiatrico è fondamentale nella ponderazione della pena del mafioso, ma anche nella scelta della cura successiva alla scelta della pena. Il problema dilagante è la corruzione, quasi esclusivamente forzata, della figura dei periti. Questi danno informazioni ai boss, li rendono edotti sull’aggravamento delle patologie che potrebbero farli scarcerare o trasferire. Celebre è il caso del boss di Bovalino, Pelle, il quale era già informato del fatto che con un disturbo di panico era già scarcerato.  E’ infatti una regola legislativa che un detenuto con gravi problemi fisici possa incorrere in benefici. Fondamentale è inoltre l’istituto del vizio di mente. Se è totale implica il proscioglimento, mentre se è parziale riduce di 1/3 la pena. Ed è qui che entra in gioco la figura del perito il quale, in seguito ad una lauta ricompensa, o sotto minaccia, può arrivare a dichiarare il falso o ad aggravare la posizione mentale dell’imputato. Non si tratta, però, del fatto che un detenuto finga. Il più delle volte è vera e propria esasperazione patologica. Questo fenomeno è ormai dilagante anche in seguito alla legge che ha chiuso i manicomi, incentivando la funzione rieducativa della pena. C’è anche da dire, però, che ciò aumenta i casi di simulazioni patologiche nelle carceri, ed è inutile soffermarsi sul peso che può assumere una perizia psichiatrica. Ciò, dice De Rosa, è dovuto in parte ad una corruzione dei professionisti psichiatrici, ma anche ad una debolezza psicologica. Si prenda come esempio un povero perito che riceve minacce in caso di dichiarazione di dati scomodi per l’imputato. Il crollo è conseguente. Ma anche la carenza di competenza professionale è un fattore che ingigantisce il fenomeno del falso nelle perizie. Ciò che è auspicabile è il rinvigorimento dell’integrità morale del perito, della sua professionalità nel saper dire no in ogni caso, anche senza minaccia, in modo da combattere questo sistema dall’interno. Un’ultima considerazione è una frecciatina alla presenza dello Stato: il costo di una perizia è di 386 euro. Un boss, per dichiarare il falso, te ne offre 10.000. Sono dati che devono far riflettere e sottolineare un’incapacità di reazione da parte dello Stato ma anche, ed è questo che più ferisce, da parte degli ordini professionali i quali sono parchi di ordini di radiamenti dall’albo e non operano una politica d’informazione adeguata del binomio mafia-sanità. La lotta deve continuare.

‘unica domanda che un cittadino, un padre, una madre, un figlio può porsi è una sola: perchè? Non ci sono infatti altri quesiti. E’ la classica domanda chi affligge colui che è posto davanti ad un qualcosa di ineluttabile, insormontabile, un ostacolo che ti è stato posto davanti per complicare ulteriormente un’esistenza già handicappata, privata magari di quei risultati derivati dai programmi che facevi quando eri giovane. Siamo nel 2012, siamo nell’era della grande crisi economica, dello spatroneggiare dei datori di lavoro, della mancanza di ossigeno per le piccole e medie imprese, siamo nell’era della concorrenza sleale, nell’era delle ristrutturazioni produttive, nell’era del licenziamento. Proprio quest’ultimo è ciò che fa spaventare le parti sociali, o quasi tutte. Già, perchè oggi licenziare è facile, o meglio diventerà facile come bere un bicchiere d’acqua. Ovviamente è rimasto intatto l’istituto del divieto di licenziamento discriminatorio, innalzato come grande conquista della democrazia montiana quando è un istituto sorto dalle ceneri degli aspri e sanguinari conflitti degli anni ’70, quelli che hanno portato le “vere” riforme della storia del diritto del lavoro. Però, dopo tale manifestazione di democrazia, ecco la sorpresa: viene negato il reintegro, ossia il diritto dopo un licenziamento per motivo economico di riappropriarsi del proprio posto di lavoro. Lo sfortunato dovrà accontentarsi di un mero indennizzo e poi affidarsi alle agenzie di somministrazione, una vera e propria mano invisibile del sistema della cui utilità (e costo) si è dubitato fin dai tempi della ristrutturazione del collocamento. La modifica dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e la cancellazione della reintegrazione del posto sollevano non pochi dubbi sui perchè di una tale manovra. Si parla di aumento dei posti di lavoro ma licenziare X per assumere Y e nel frattempo garantire un indennizzo non ha molto senso, essendo un esborso economico notevole. E’ una manovra fatta per avvantaggiare gli imprenditori che hanno il coltello dalla parte del manico, gli imprenditori che hanno le possibilità di spendere energie per trovare altri lavoratori “affamati”. Non è fantascientifico ritenere che sia meglio un robusto finanziamento delle piccole imprese attraverso una somministrazione di liquidità tramite le banche, non è irrazionale ritenere che un migliore sviluppo del welfare, della flessibilità, e sopratutto della produttività derivi principalmente non dalle modalità di licenziamento ma dalle modalità di coinvolgimento del lavoratore nella struttura aziendale, dal coinvolgimento dei sindacati nella gestione dell’impresa, come avviene nel resto, da tempi immemorabili, in Germania. Una nota azienda automobilistica, la Wolkswagen, ha un fatturato che è il triplo di quella della Fiat e non solo: i suoi dipendenti, tra bonus e premi, riescono a percepire quasi 3.000 euro (importo nettamente inferiore ad un dipendente Fiat) lavorando molto meno. Questo perchè la sinergia tra direzione e l’unico sindacato dei metalmeccanici tedeschi ha portato ad accontentare tutti, senza licenziamento e sotto il saggio controllo del giudice del lavoro e l’autorizzazione dei consigli di fabbrica. In Italia ci sono tutte le possibilità per adottare questo modello. Il lavoro è un valore costituzionalmente protetto e garantito e non è accettabile che venga degradato solo perchè non si ha intenzione di collaborare con le voci sindacali. Il sindacato è la gente, ed è la gente comune che fa la fortuna dei grandi imprenditori.